domenica 30 luglio 2017

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa di Violetta Bellocchio

Sono arrivato alla scrittura di Violetta Bellocchio diversi anni fa quando minimum fax decise con L'età della febbre di selezionare, in un libro molto sperimentale, le voci italiane che meglio sapevano raccontare il nostro tempo.
La Bellocchio era tra queste e, seguendo la mia indole di lettore curioso, ho voluto leggerla in una forma più distesa approfittando dell'uscita di Mi chiamo Sara, vuol dire principessa, il suo ultimo romanzo edito Marsilio.




Sara è una ragazzina apparentemente come tante, desiderosa di scavalcare i confini del suo paesino verso la grande città e le grandi aspettative del suo futuro.

Poco più di una bambina, da sola, tra le strade degli anni Ottanta in fuga dalla sua famiglia, fino all'incontro con un discografico e la televisione, con il successo degli anni in cui tutto è possibile.

Ho visto Sara crescere, confrontandosi con una bestia interiore, cercando di definire la propria identità con non poche difficoltà. Ho visto una bambina sfiorare una ragazza per poi lasciarla andare e diventare una cosa con indifferenza, guardando alla maturità come a un miraggio.

Il dolore non era niente, pensavo, il dolore non lasciava tracce.


Sara vive in un mondo di illusioni, di doppi, un caleidoscopio di sentimenti per i quali potrà essere una principessa per l'uomo che la ama, per il pubblico che la acclama e allo stesso tempo essere invasa da un dolore indefinibile dato dalla normalità, dalla regolarità di una vita fittizia, nel suo caso lontana.

Anche il confronto con i suoi pari viene distorto dalle numerose serate di musica costruita a tavolino e dalla televisione che tutto muta. Dietro quello schermo, dietro quella figura angelica, la Bellocchio costruisce una personalità complessa e non scontata attraverso una scrittura intensa e attenta all'interiorità dei suoi protagonisti.

(...) E sotto di me, proprio sotto i miei piedi, era stata tirata la linea tra quello che conoscevo e quello che non conoscevo. Io ero quella linea. Io ero la linea nera.

L'amore, l'amicizia e la scoperta del mondo regolano ogni pagina di questo romanzo capace di restituire un mondo interiore ben preciso in cui la dimensione dello spettacolo risulta ancora oggi essere dominante.

Così la storia di Sara potrà essere letta coma una decostruzione di questo, del mondo delle apparenze, o come un romanzo di formazione con il suo corredo di tempeste nascoste. Non escludendo però la definizione ibrida come quella di una ragazza senza confini e senza storia.

Non aveva una storia, perché non era mai nata, e non sarebbe finita mai.


Mi chiamo Sara, vuol dire principessa non segue la ricerca del successo ma è la speranza che qualcosa succeda, abbracciando un immaginario in qualche modo già visto, ma con l'onestà e la speranza di chi tra le illusione quotidiane, tra la nebbia del nostro io, può ancora trovare la melodia giusta verso la completezza. 


Potrebbe interessarti anche:
- L'età della febbre: storie di questo tempo

Nessun commento:

Posta un commento