giovedì 11 maggio 2017

Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki

Nel parlare dei Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki, occorrerebbe fare alcune precisazioni apparentemente banali ma non scontate in un momento in cui la letteratura giapponese si è ritagliata uno spazio così grande tra appassionati e non.

In questo caso mi sono quindi approcciato alla lettura contestualizzando cosa avevo di fronte, tenendo ben presente di dover nuovamente affrontare una cultura lontana e che questa, l'avrei filtrata e assorbita attraverso i racconti di un classico, di una delle voci nipponiche più riconosciute ma non ancora affrontata dal sottoscritto. 



Ho trovato venticinque episodi di vita privata trasformati in questi brevi racconti risalenti al 1910 e pubblicati per la prima volta in Italia da Lindau, grazie a un non facile e riuscito lavoro filologico. 

Su Natsume Sōseki tanto potremmo dire, in luce anche della sua consolidata diffusione italiana, volendo però non essere pedanti basterà accennare a un'infanzia estremamente difficile fatta di affetti mancati e di svariate esperienze legate alla lingua inglese di cui era studioso e ricercatore.

Da qui si dipanano i ricordi, le suggestioni riprese in questi frammenti capaci di restituirci il Giappone di inizio secolo, i suoi colori, i suoi odori e le sue tradizioni riuscendo ad essere sorprendentemente moderni. Da non tralasciare la parentesi londinese, descritta con un misto di perplessità e nostalgia verso la tradizione.

Una modernità emozionale restituita grazie al racconto dell'inafferrabile, di tutte quelle sensazioni del nostro quotidiano che non riusciamo a definire. 
Così prendendo tra le mani un uccello, le parole per descrivere l'emozione provata saranno vane e sostituite dall'accettazione dell'azione, dal sottolineare quanto accaduto attraverso una valorizzazione dell'esperienza.

Ogni esperienza è però circoscritta nell'arco temporale, ed è qui che i Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera rivelano la loro caratteristica più interessante, quella appunto legata al tempo.

Un flusso cangiante, dilatato, capace di rallentare nei momenti più intensi, qualche volta persino dolorosi, e accelerare nell'estasi della scoperta, dell'eccitazione del mondo.



Tamayo Muto, curatrice e traduttrice del libro, descrive -attraverso parole altrui- una sensazione condivisa durante la mia lettura: l'impressione di trovarsi di fronte un nonno voglioso di raccontare le storie più diverse, quelle così intrise di sentimento da strappare un sorriso. Così private da non poter esser sempre condivise, appartenendo anche a una cultura per i più non immediata, dimostrando comunque un'universalità in grado di far riflettere.

Ho seguito quella voce, ho ascoltato Sōseki nella definizione del suo universo privato, rimanendone affascinato e in alcuni casi spaesato, non riuscendo a inserirmi in alcune situazioni. Rimane però la voglia di approfondire, di continuare il racconto, pur di arrivare alla conquista del tempo e della parola, elementi di cui vorrei servirmi in maniera più consapevole per descrivere l'indefinibile.

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