giovedì 23 marzo 2017

Nel Guscio di Ian McEwan

Torna Ian McEwan e ha la voce di un feto onnisciente. Nel Guscio (Einaudi), l'ultimo romanzo dell'autore inglese, è un esperimento di scrittura solido e riuscito sulle orme dell'Amleto di Shakespearein cui il lettore viene immerso in un'esperienza unica e intensa. 




Ed eccomi qui, anche io a testa in giù, seguendo la voce di chi non è ancora nato ma comunque capace di un pensiero proprio. In un buio primordiale ho sentito svilupparsi la vicenda di una madre e del suo amante, del loro piano di uccidere un padre poeta e aspirare alla tragedia. Un disastro dalla duplice natura che si rivela allo stesso tempo ingegnosa e infantile.

Ho provato a raccontare il mio rapporto con Nel guscio allo stesso McEwan, in occasione del piccolo ma affollato tour di presentazione del libro.

Nel Guscio è un romanzo breve, ma capace di racchiudere intensità in ogni sua riga. Protagonista è la lingua quasi arcaica del feto, pronta a raccontarmi ogni suggestione, ogni supposizione ricavata da un'esperienza incompleta, limitata. Sarà il dolore l'elemento generatore di coscienza, solo attraverso l'atto di tragedia privato ho potuto immedesimarmi nella bellezza di questa poesia mortale.

C'è chi si dedica alla prosa per scrivere unicamente di sé.

Questa una delle frasi sulle quali ho avuto la necessità di fermarmi, di staccarmi da questo punto di vista del bambino non nato e riflettere sul processo di immedesimazione che potrebbe esserci stato tra scrittore e voce narrante. Mi sono chiesto quanto potesse essere stato difficile alla luce del risultato sentito e d'effetto. Così ho chiesto a McEwan quanto lo fosse stato e se si sia confrontato con qualche aspetto sorprendente di questa esperienza embrionale.

Tutto nella stesura di Nel guscio è stato inatteso, io stesso non mi aspettavo di scrivere questo romanzo, brancolavo nelle tenebre così come il mio feto e solo lentamente ho scoperto le possibilità che la situazione del feto mi offriva: il fatto di stare al buio, di non vedere, di poter udire i movimenti viscerali della madre, di avere il privilegio di ascoltare conversazioni molto intime, private, e soprattutto di essere libero di far congetture sul mondo in cui il feto sta per entrare. Ho quindi fatto esperienza di tutte queste libertà via via che procedevo con la stesura del romanzo.
Se mi sono immedesimato nel feto? Penso che questo aspetto non sia veramente rilevante perché con questo libro ho voltato le spalle al realismo, quindi so benissimo che un feto non potrà mai parlare. Chissà forse dovrei sentirmi compiaciuto, dovrei sentirmi lusingato quando vado in giro per promuovere questo romanzo nel mondo e ad esempio, come successo negli Stati Uniti, mi sento chiedere se questo sia un romanzo pro-life, contro l'aborto insomma. Trattandosi della mia immaginazione, ho sempre risposto di no.
Concludo dicendo che quando scrivi romanzi sai di essere sulla strada giusta soltanto se riesci a sorprenderti da solo andandoti a mettere e finendo in un posto in cui mai e poi mai avresti pensato di finire. Credo che la facoltà di sorprendersi sia il cuore della mia scrittura.



Il senso di colpa, la dicotomia tra odio e amore materno, le continue svolte ironiche fanno di questa lettura un vero e proprio piacere, un gioco non scontato che porta il lettore a decidere se essere o non essere. 

Di fronte al dilemma, la risposta sembra staccarsi da qualsiasi condizione dell'essere, tra l'esistere e il non esistere emerge lo step precedente di questa decisione universale. Solo la libertà infatti potrà essere la via di fuga dal nostro guscio privato, la libertà di sorprenderci, di decidere il nostro avvenire e di affrontare il dolore del mondo.


Dio ha detto, Che il dolore sia. E fu la poesia. Alla fine.

McEwan sembra saperlo, spinge quindi il suo lettore a una forma attiva. Attraversare quel buio atavico sembra istintivo, farlo con la consapevolezza di quanto sia bello e poetico l'atto di arrivare in un mondo tragico, il valore aggiunto.

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