mercoledì 4 gennaio 2017

Tokyo Transit. Transito e decandenza di Fabrizio Patriarca

Un biglietto acquistato con l'intento di dare una svolta alla nostra vita. Un aereo pronto ad accogliere le persone che siamo e portarle verso il luogo della rinascita. Per Alberto Roi e Thomas Asca la destinazione è Tokyo: città sconfinata, un popolo culturalmente lontano, il luogo nel quale inserire preoccupazioni, aspettative e ambizioni. Lo sfondo di Tokyo Transit di Fabrizio Patriarca (66thand2nd). 



Una città pronta a mostrarsi al lettore in una veste inedita, in cui il "puzzo d'interiore" avvolge il dolore molto forte di coloro che sono in cerca di una luce nuova e di una regola universale che porti felicità.

A Tokyo le inflessioni del cielo ricalcano spesso l'atmosfera delle autopsie.

Tra sesso, droga e ossessioni il rattristarsi al cospetto dell'eternità è raccontato da una terza persona misteriosa. Questa la guida che ci porterà al cospetto del transito incontrollabile della vita, caratterizzato da passaggi veloci in cui vige la regola del tutto e subito. Non c'è spazio per la contemplazione tutta giapponese; il libero sfogo dell'istinto comanda ogni pedina universale.

Poi ricordò che il giorno, questo passivo maniaco della ricorrenza, è lo spettacolo di una stella di mezza età sfinita dalle repliche.

Tokyo Transit non è un romanzo immediato, è un ritorno a una lingua primordiale. Patriarca tesse una rete di parole multiformi e pronte a colpire il lettore con un tono funebre e luttuoso.
La città è un'immensa finzione che accoglie l'uomo perso nelle sue illusioni. 
Alberto e Thomas vivranno in una Tokyo  fatta di eccessi, una membrana ectoplasmatica bagnata nel sogno, nel desiderio.

Le città non hanno realmente tempo per noi, le città non fanno che sognarsi in continuazione.

Il pericolo arriva dal quotidiano: Ogni giorno ci succede il riassunto di ciò che siamo. A questo problema la ricerca dell'antidoto. Nel farlo però, nel mettersi in gioco con questi destini, dovremo affrontare un libro spigoloso, raffinato.
Un libro da masticare pronto a comandare il nostro transito, la nostra esperienza di lettura si presenterà a noi rallentata, pronta a cogliere la decadenza di ogni parola.

Patriarca gioca con la forma del romanzo, porta agli eccessi ogni aspetto canonico, creando una sfida stimolante.

Il romanzo non è morto, quello che si celebra nel romanzo è il laborioso, estenuante funerale della narrativa. Che più o meno è il funerale della razza umana, perché senza uno straccio di racconto non siamo altro che memoria volatile.

Alla fine del transito c'è la decadenza, la perdizione provata nella città della quiete, l'imperfezione di chi legge, ma su tutto regna la perfetta compiutezza della voce dell'universo.

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