martedì 6 dicembre 2016

L'arte ormai perduta del dolce far niente di Dany Laferrière

Uno stato di quiete apparente, quello del pensatore completamente assorto nelle sue divagazioni. Un'immagine lontana, quasi ottocentesca, quella di chi seduto davanti un panorama ha il coraggio di porsi domande.
Questo il caso, tutto contemporaneo, di Dany Laferrière e de L'arte ormai perduta del dolce far niente (66thand2nd).

Mentre il tempo scorre pagina dopo pagina, mentre fuori dalla finestra il mondo va avanti, nasce la sorpresa per un libro atipico. Né romanzo né narrazione complessa ma una raccolta vera e propria di pensieri.




Ed è così che questo autore di origine haitiana ci condurrà nelle sue riflessioni strettamente legate alle sue esperienze personali. La vita di un uomo cresciuto nella dittatura e il suo viaggiare -fisico e non- verso le mete più diversificate.

Il punto di arrivo come quello di partenza sembrano non esistere, a favore di una serie di linee, le strade del mondo, e del loro rapporto con l'arte del dolce far niente. Proprio dal nulla, di divagazione in divagazione, questo libro mondo riempie il quotidiano di ritmo, comunicazione, movimento, sensi e letteratura.

La letteratura è una finestra da cui prende il volo lo spirito che la nazione tenta invece di tenere rinchiuso.


Laferrière risulta essere pungente, pronto a puntare il dito contro i difetti del quotidiano, verso il potere radicato in una società non sempre funzionante e la guerra da sempre pronta a ribellarsi contro il nulla.

E così, nel sottosuolo della vita, si balla una danza a tre: il sesso facile, le risate sguaiate e la morte oscena.

La sorpresa di scoprire una voce ironica, pronta a coinvolgere qualsiasi tipo di lettore attraverso una voce cristallina e coinvolgente. Appropriandosi di un'arte tutta da riscoprire, lasciandosi trasportare in considerazioni inedite servendosi della poesia e della letteratura come antidoto al fallimento.

Qual è la differenza tra arte e cultura? L’arte appare solo quando si è disposti a mettere a repentaglio la propria cultura.

L'arte ormai perduta del dolce far niente mi ha ricordato come il porsi domande sia un atto coraggioso e come il dare risposte siano gesti destinati solo ai pensatori più brillanti. Questi ultimi non sono spariti, sono vivi, sotterranei e riescono, come nel caso di Laferrière, ad imporsi con consapevolezza. 
Leggere per mettersi in discussione, come la migliore letteratura ma nella forma di un'arte perduta e pronta a salvarci.

sabato 26 novembre 2016

Le Otto Montagne di Paolo Cognetti

Un passo dietro l'altro, attento nell'evitare ogni ostacolo, sulle orme di chi ha un posto speciale nella nostra vita. Ne Le Otto Montagne, il primo vero romanzo di Paolo Cognetti (Einaudi), il sentiero inedito tutto da seguire verso un'esperienza sorprendente e inaspettata.


Cognetti ho imparato a conoscerlo negli anni come uno degli autori più validi del nostro panorama, sempre pronto a indagare temi per nulla scontati, muovendosi attraverso le sue passioni: l'America e la montagna. Quest'ultima lo sfondo pronto ad accogliere la storia di amicizia tra Pietro e Bruno, un rapporto costruito negli anni, da più affetti, da più delusioni e da quel senso di difficoltà che solo la vita e lo scorrere del tempo riescono a metterci di fronte.

Una montagna autentica, allo stesso tempo spigolosa e accogliente, pronta a saperci restituire la nostra infanzia, quella dei suoi abitanti, raccontata in un gioco avventuroso che, estate dopo estate, porterà la scoperta del quotidiano.

La crescita viene accompagnata da figure forti capaci, nonostante le troppe cose da fare, le persone a cui badare, di non cadere, mediare alle regole dei sentimenti senza coltivare malinconie.

Nel sentiero di Pietro, in quello dei suoi cari come in quello della montagna, sarà l'oblio a mantenere ogni cosa intatta. Come se la neve con il suo inverno coprisse il nostro maturare con il suo velo candido di purezza, senza che questo possa veramente occultare il nostro futuro.

mercoledì 23 novembre 2016

Aspettando Più Libri Più Liberi 2016 #BlogNotesPL

Dal 7 al 11 Dicembre, nel Palazzo dei Congressi dell'Eur di Roma, andrà in scena la quindicesima edizione di Più Libri Più Liberi. La fiera nazionale della piccola e media editoria che quest'anno, dopo la mia adesione al progetto #BlogNotes, avrò il piacere di raccontarvi giorni per giorno.

Ecco quindi una breve guida agli eventi da non perdere secondo #UnAntidotoControLaSolitudine.



Mercoledì 7


11.00 Inaugurazione con Hanif Kureishi
15.00 Conferenza stampa Tempo di libri

Giovedì 8

12.00 Canale Mussolini
 di Antonio Pennacchi, Graziano Lanzidei, Massimiliano Lanzidei e Mirka Ruggeri (Tunué)
14.00 Lettere agli editori di Louis-Ferdinand Céline (Quodlibet) Intervengono: Martina Cardelli, Nicola Lagioia e Edoardo Camurri 
14.00 Chi ha tempo a cura di Alessandra Urbani (Marcos y Marcos) Intervengono: Paolo Di Paolo, Valeria Della Valle, Lorenzo Pavolini e Giuseppe Patota
16.00 Anatomia di un soldato di Harry Parker (SUR)
17.00 Io in te cerco la vita di Anna Kuliscioff  (
L’Orma editore) Intervengono: Elena Vozzi, Luciana Castellina e Alessandra Di Pietro.
18.00 Zerocalcare incontra Paco Roca (Tunué)
18.00 Con gli occhi aperti - 20 autori per 20 luoghi Con gli occhi aperti (
Exòrma Edizioni) Intervengono: Andrea Cortellessa, Francesco Pecoraro, Filippo Tuena e Alessandro Leogrande.
18.00 La bambola di Kokoschka di Afonso Cruz (LaNuovafrontiera)
19.00 Medusa di Luca Bernardi (Tunué)





Harry Parker, Paco Roca & Alfonso Cruz

lunedì 21 novembre 2016

Io non mi chiamo Miriam: Majgull Axelsson racconta il lato oscuro della Svezia #LeInterviste

Io non mi chiamo Miriam (Iperborea) di Majgull Axelsson ci riporta tra le pagine più nere della storia del Novecento. Il racconto dell'olocausto narrato attraverso i ricordi di Miriam, una rom pronta a nascondere la sua identità pur di trovare il suo spazio nel mondo, aggredisce il lettore attraverso una storia autentica e coinvolgente.


La Axelsson attraverso una scrittura fluviale non permette pause, nessuno stacco necessario per respirare, a favore di un fiume di storie fittizie e non, pronte a raccontare con maggior attenzione la minoranza rom e alcuni aspetti della società svedese del dopoguerra.

Avendo il piacere di poter parlare con l'autrice sono partito proprio da qui, dalla Svezia e da uno dei suoi episodi meno conosciuti, testimonianza del rapporto difficile tra abitanti autoctoni e rom. Episodio dal quale la scrittrice svedese ha deciso di partire per scrivere questo suo ultimo lavoro.

Ancor prima di dedicarti all'Olocausto avevi deciso di raccontare la rivolta di Jönköping del '48. Perché?

È una storia in cui mi sono imbattuta nel 1963, avevo sedici anni e ho sentito una lezione nella quale si parlava di questo argomento. Fu una cosa molto destabilizzante. Jönköping, la città in cui scoppiarono questi tumulti contro la comunità rom, è infatti una delle città più cristiane e religiose di tutta la Svezia. Inoltre mi sorprese sapere che quei fatti si verificarono solo tre anni dopo Auschwitz. Attraverso questa rivolta ho di conseguenza immaginato il passato di Miriam.


Dal giornalismo alla letteratura, questo il tuo percorso che ti ha spinto oggi ad ancorarti a quest'ultima forma. Cosa credi ti permetta di fare la letteratura, nonostante tu possa servirti ancora oggi del metodo del giornalismo?

domenica 13 novembre 2016

Paolo Cognetti: La prossima strada sarà quella che mi porterà ancora più dentro la montagna #LeInterviste

Il ritorno di Paolo Cognetti è stato una festa. Le otto montagne, il suo primo vero romanzo, è stato presentato alla Gogol & Company di Milano in compagnia di Matteo B. Bianchi. Si è discusso dell'amicizia tra uomini, di padri e di figli, di parole non dette e silenzi della natura.

Dopo numerose narrazioni al femminile, Pietro e Bruno saranno gli uomini capaci di condividere insieme esperienze forti. Un flusso nostalgico raccontato in una prima persona il mezzo per il quale emozionare con la semplicità della vita attraverso difficoltà e conquiste.

Ho chiesto a Cognetti di raccontarmi della sua montagna, della sua scrittura e del suo modo di narrare.





Da Il ragazzo selvatico, quaderno di montagna in cui ti racconti in prima persona, a Le otto montagne, quali sono state le difficoltà di questo passaggio?

Mi sono sentito come se con Il ragazzo selvatico avessi raccolto tutto il materiale che mi è servito per questo mio primo romanzo. La conoscenza dei luoghi, il modo di descrivere un bosco, una montagna, compresa la lingua di cui servirmi.
Mi è sembrato solo in seguito quanto grazie a quel quaderno mi fossi dotato dei mezzi per affilare i miei strumenti e che quel libro fosse un lungo impadronirsi della lingua necessaria alla montagna. Ho semplicemente detto a me stesso: adesso la uso per scrivere una storia.

giovedì 10 novembre 2016

Mostri che ridono: l'Africa nera di Denis Johnson

Mi capita spesso di seguire molti autori ancora prima di leggerli, mi informo sulle uscite, vedo i loro nomi tra le liste dei maggiori premi letterari e cerco di inserirli in una sorta di mappa letteraria tutta personale. La maggior parte delle volte riesco a farmi un'idea, il più delle volte esatta, su cosa troverò una volta che avrò modo di affrontarli.
Con Mostri che ridono (Einaudi), l'ultimo romanzo di Denis Johnson, è successo proprio questo e solo dopo pochissime pagine ho capito di avere completamente sbagliato.




Johnson è una delle voci americane più solide dei nostri tempi con alle spalle un National Book Award e un Pulitzer sfiorato per un soffio e mai avrei immaginato di scoprire in questo autore una vena camaleontica.

Mostri che ridono si presenta infatti come una spy-story, un intrigo apparentemente classico mosso da due uomini sullo sfondo di un Africa famelica.
Tra le varie macchinazioni tra Nato e altri enti sotterranei, il lettore non farà nessuna fatica a notare una sorta di sottosuolo pulsante tra la terra arida di questa storia. Una sorta di spaesamento dovuto a una diserzione di genere.

Cos'è la diserzione? La diserzione è una moneta. La giri e dall'altra parte c'è la lealtà.

mercoledì 26 ottobre 2016

Emil Cioran: tra divagazioni e cannibalizzazione

Tra le diverse esperienze di lettura, può capitare di trovarsi davanti un testo anomalo, uno di quelli che per una serie di circostanze non ti sono mai capitati tra le mani. Libri non necessariamente ostici o labirintici ma che si presentano al lettore in una forma inedita. Questo il caso della prima pubblicazione italiana delle Divagazioni di Emil Cioran (Edizioni Lindau). 


Lo dice già il titolo. Divagazioni. Così, di divagazione in divagazione, ho affrontato uno dei più importanti filosofi del Novecento non sapendo assolutamente nulla di filosofia e dell'arte del filosofeggiare, ritrovandomi nel solito ruolo del lettore, questa volta però di fronte a quello che ritenevo essere un pensatore inedito.

Per raccontare Cioran ho deciso di attraversare alcune delle 
sue tempeste di parole - veri e propri scontri tra filosofia, teologia e aforismi- provando a raccontarvi la mia esperienza di lettura ancorandomi a lasciti e legami con la letteratura di genere che non ho potuto ignorare.

È bastato leggere un passaggio come questo-
Ogni punto nello spazio è un crocevia di strade che portano tutte alla morte, così come ogni punto nel tempo è la misura della distanza che ci separa da essa. Qualunque strada si voglia prendere, è lo stesso. I passi, comunque orientati, hanno sempre la stessa direzione. Come mai le ossa dei morti non si sono incendiate in quest’universo che corre sul carro funebre?
-
per veder riaffiorare l’incipit dei miei amati Libri di sangue di Clive Barker. Un must della narrazione breve dell’orrore e il suo incipit che pare la risposta al quesito di Cioran, arrivata dopo quarant'anni attraverso un racconto di genere.

I morti hanno vie di comunicazione.
Percorrono le ignote distese dietro la nostra vita, animate dal traffico interminabile di anime dipartite, nell'infallibile procedere di treni fantasma, di vagoni di sogno. Capita di udire le vibrazioni e il tumulto del loro passaggio nei punti di rottura del mondo, attraverso le crepe aperte da atti di crudeltà, violenza e depravazione. 

Qualche divagazione dopo ecco apparire un secondo erede, l’ennesimo autore legato alla tradizione di questo filosofo rumeno: Thomas Ligotti. Da poco infatti ho affrontato questo autore americano (rivalutato dal grande pubblico grazie a Il Saggiatore) 
e le sue narrazioni filosofiche travestite anche in questo caso da racconto di genere.


Qui l’ennesimo collegamento con Cioran:

Dopo aver cercato invano nei libri e negli uomini risposte alle domande, ci rivolgiamo agli oggetti, che ci offrono una soluzione limpida e profonda: quella del silenzio.

Ligotti continua il discorso, senza perdere di vista il percorso tematico/filosofico.

Dovremmo essere grati alle lacune di conoscenza che limitando la nostra visione delle cose ci danno la possibilità di provare sensazioni. Dove troveremmo un pretesto per reagire alle cose, se le comprendessimo… tutte? Soltanto la mente distratta (quella persa 
nel silenzio cioraniano) rimane in balia dell’avventura delle emozioni intense. Fossimo privi dell’incertezza che nasce dall’ottenebramento – dalla condizione di essere posseduti dal proprio corpo e della pazzia che lo accompagna - sapremmo appassionarci allo spettacolo dell’universo (…)

Questo mi ha suggerito la mia esperienza, un rapporto di successione tra maestri contemporanei del genere che vede alla base, alla radice della scrittura, un padre nascosto non 
riconosciuto in maniera ufficiale. Logico aprire un’interrogazione sull’anima della storia dell’orrore.

Ma anche sull’anima Cioran sembra voler dire la sua.

Cos’è l’anima? Tutto ciò che in noi rifiuta di far parte del mondo. Uno straripamento illimitato di sé. Il suo unico ruolo è di divorare sé stessa, di essere il proprio cannibale.

Ecco quindi la conclusione alla quale sono arrivato:

Altri autori potrebbero aver cannibalizzato Cioran, attraversando anche altri generi e altre storie, occultando il corpo sotto uno strato umido di terra. Solo il
tempo potrebbe scoprire nuove ossa, nuovi occultatori, pronti a riconoscere l’importanza di Cioran di cui io non sospettavo nulla.

Questo nascondevano queste divagazione per il sottoscritto. Nessuna influenza ma una cannibalizzazione alla quale più volte avevo assistito senza mai accorgermi di niente. Un lavoro da maestri.




Per ulteriori approfondimenti ci sono i blog partecipanti alla #CioranWeek. Perché dedicare una cinque giorni a un filosofo oggi può avere ancora un senso e tra questi qualcuno potrebbe spiegare il perché meglio del sottoscritto.

Scopri di più su:

lunedì 17 ottobre 2016

Sara Taylor presenta "Tutto il nostro sangue" @ Il Mio Libro

Per organizzare una presentazione la domenica mattina bisogna avere delle ottime motivazioni. Di queste però poco ci importa quando ti trovi nella colorata libreria de Il Mio Libro in attesa di una delle autrici angloamericane più promettenti degli ultimi anni.

Qui tra le canoniche pareti lilla, la giovanissima Sara Taylor ha presentato il suo esordio accompagnata da Nicola Manuppelli e Giulio D'Antona, due dei migliori americanisti presenti nel nostro panorama letterario.


Tutto il nostro sangue è l'ennesima scommessa riuscita di minimum fax, un libro fatto di storie, sopra il quale sarà molto difficile incollare qualsiasi tipo di etichetta. Nel provarci, potremmo tentare di definirlo come romanzo per racconti. 

Un libro sperimentale nato durante il trasferimento dell'autrice dalla Virginia all'Inghilterra che fa del Sud America e delle sue isole lo sfondo di racconti dalle sfumature gotiche, territori dimenticati e cancellati dalle mappe dagli stessi governi a stelle e strisce. Luoghi ambìti da persone socialmente agiate alla ricerca dello stesso isolamento provato dall'autrice e anche da persone povere che nonostante il loro volere da lì non possono scappare.

giovedì 13 ottobre 2016

Bob Dylan: un Nobel sbagliato.

Il premio Nobel alla letteratura 2016, contro ogni pronostico, è stato assegnato al cantautore americano Bob Dylan.



Nella storia del premio diverse sono state le personalità premiate il cui rapporto con la letteratura è stato da sempre oggettivamente ibrido. Si pensi ad esempio al nostro Dario Fo, al suo rapporto con il teatro o alla penultima vincitrice, Svetlana Alexievich e la consecutiva polemica relativa alla dicotomia tra giornalismo e narrativa in cui si identifica la sua produzione.

Quello di Dylan è però un salto a mio avviso troppo grande a partire proprio dalla motivazione data alla vittoria:

"Premio Nobel alla letteratura 2016 per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana".

"La canzone americana". Credo di aver letto questo passaggio una ventina di volte, cercando di non estremizzare questa non concordanza, cercando di accettare la cosa contestualizzando prima l'autore e poi la sua importanza storico-culturale. 
E' anche poi vero che proprio quella canzone incriminata è composta da una componente testuale dal valore profondo, artistico e poetico. Cito su tutti, come rafforzativo, Patti Smith e il suo lavoro.

Potremmo inoltre approfondire i contatti tra le diverse arti: come negare quanto teatro, musica e letteratura nascano dallo stesso nucleo, percorrano binari allo stesso tempo paralleli e capaci di intersecarsi.

Nulla di tutto ciò credo che questa volta possa bastare.

Il valore culturale di Bob Dylan non deve esser messo in discussione, così come la sua opera. Potrebbe addirittura esser giusto premiare la valenza della sua scrittura. Premiarlo in relazione alla canzone americana rende il tutto inaccettabile in relazione allo spirito del premio che dovrebbe essere il più possibile letterario e dovrebbe valorizzare oggi più che mai la figura dello scrittore. Non svuotarla.

Bob Dylan secondo la giuria del premio dovrebbe aver creato una nuova espressione poetica e questo potrei anche accettarlo, dovendo però sottolineare quanta potenza possano perdere i suoi scritti senza la componente strumentale. Quell'espressione che dovrebbe definire questa poetica però un nome lo ha già, si chiama semplicemente musica e non letteratura.

domenica 9 ottobre 2016

Tempo di spargere pietre di Estevão Azevedo

Uomini circondati dalla terra pronti a scavare senza nessuna interruzione, tralasciando fatica, fame e pensieri. Ai personaggi Estevão Azevedo e del suo Tempo di spargere pietre (edito Caravan Edizioni) interessa solo la terra.

Un giovane autore brasiliano classe '78 pronto a sporcarsi le mani spingendo i suoi personaggi verso una sopravvivenza non scontata. Tra questi e i loro più intimi desideri, proprio quella terra tanto battuta e i suoi frutti tanto ricercati. I diamanti sono l'unica forma di sostentamento, la materia prima necessaria per salvarsi da una vita di stenti.


La soluzione sarebbe venuta da Dio e, per Dio, ogni luogo era qui e ogni tempo era ora.

Cosa fare di fronte all'assenza di ricchezza, di fronte a un Brasile rurale povero di risorse e ricco di maschere, rimane un mistero. Sono proprio i caratteri, alcune maschere vicine alla commedia, a popolare questo romanzo fatto di protagonisti con ruoli definiti fin dalle prime battute, a cercare di dar risposta a questa domanda.
Nel mezzo, l'amore non voluto dalle famiglie, l'amicizia non ricambiata per una serie di malintesi, l'offesa come elemento scatenante e la morte pronta a chiudere il sipario e ricoprire di macerie ogni singola esistenza.

lunedì 3 ottobre 2016

L'amante di Wittgenstein di David Markson

Provare a raccontare l'esperienza di lettura de L'amante di Wittgenstein di David Markson potrebbe essere un'operazione molto difficile. Tra tutti i libri della collana dei Black Coffee di Edizioni Clichy ecco spuntare il titolo che per qualità, sperimentazione e consecutiva sorpresa mi ha mozzato il fiato.

Potrei provare a spiegare quanto questo autore abbia raggiunto tardi il successo, quanto sia stato sconosciuto ai più nel nostro panorama e quanto sia importante per un certo David Foster Wallace, tanto da spingere quest'ultimo a scriverne un saggio dedicato (incluso in questa prima edizione italiana). 
Nulla di questo verrà però fatto dal sottoscritto.



L'amante di Wittgenstein potrebbe essere la storia di una donna, di quelle con qualche rimorso nella vita, piene di indecisioni e amnesie. Potrebbe però non esserlo.
L'amante di Wittgenstein potrebbe essere la storia di una città cangiante, multiforme, di quelle che illuminate dal sole potrebbero sentirsi un giorno Parigi, un giorno Savona, per poi accorgersi di sentirsi New York. Solo il buio svelerebbe il cielo di Troia, di una non-città.

L'amante invece potrebbe essere sì quella di Wittgenstein, ma non faticheremo a sostituire quest'ultimo con Van Gogh, Dostoevskij o un più banale Marlon Brando. Il centro del mondo alla fine è l'amore, quello costruito con le parole, prima ancora dei fatti, quello che Markson riempie di ossessioni, paure e quel pizzico di coraggio usando frasi brevi, giusto qualche punto a dividerle.

giovedì 29 settembre 2016

Marcos y Marcos: un autunno/inverno da collezione

Con l'inizio dell'autunno, come da tradizione, ha inizio il periodo delle nuove uscite. Sempre la tradizione vuole che nel caso di Marcos y Marcos questi nuovi titoli siano i protagonisti di una sfilata letteraria alla quale il sottoscritto ha partecipato per la prima volta.
Quindi, senza ulteriori indugi, mi sembra doveroso aggiornarvi su quello che ci aspetterà fino a febbraio 2017.

Quattro sono i titoli in uscita riguardanti la narrativa straniera:



Il più interessante è sicuramente Vento del sud di Elmar Grin. Il romanzo divenuto introvabile, già pubblicato in Italia nel lontano '47, racconta di Einari, protagonista riflessivo e del suo amore profondo verso il mondo. Un autore russo e i suoi buoni sentimenti da riscoprire con il suo capolavoro.

Molto gradito invece il ritorno dei fratelli Strugatzki, gli autori di Picnic sul ciglio della strada. Stalker (vero e proprio must della letteratura di genere) tornano con Un miliardo di anni prima della fine del mondo un nuovo romanzo dalle influenze fantascientifiche che nasconderà sicuramente l'ennesima critica sociale, oggi più che mai necessaria.

mercoledì 21 settembre 2016

Nona Fernández: il ricordo non è un esercizio finalizzato alla nostalgia #LeInterviste

Sono sempre stato convinto che la Letteratura, quella con la L maiuscola, nasca da esigenze forti. Nel contesto Sudamericano l'esigenza in questione è stata da sempre più accentuata a causa di un continui travagli storici. 
Nona Fernández, autrice cilena classe '71, fa parte proprio della categoria di scrittori con quella voglia. Pagine su pagine di storia legate al proprio paese di appartenenza. Lo sfondo di storie fittizie e di giochi letterari pronti ad aggredire il lettore.



Leggendo il suo Space Invaders (pubblicato in Italia da Edicola Ediciones) mi sono immerso nella storia del Cile, quella allo stesso tempo passata ma drammaticamente vicina. Ecco perché mi sono sentito toccato. Ecco perché l'esigenza di far parlare chi ha avuto il coraggio di raccontare il suo travaglio.

Alejandro Zambra ha detto: “In Cile per spiegare qualunque cosa devi rimandare alla dittatura. È molto difficile non parlarne”. Perché tu hai scelto di farlo attraverso le voci dei più piccoli?

Perché la mia esperienza personale degli anni della dittatura si è delineata quando ero bambina. È nello "spazio" dell'infanzia che sono ancorate le immagini fondanti della mia vita, che coincidono con un momento violento della storia del mio paese. In questo libro mi interessava intrecciare quei ricordi carichi di orrore e innocenza, e osservarli dal presente, perché solo ora sono in grado di capirli nella loro reale dimensione, e perché sono sicura che contengano le chiavi per interpretare il nostro oggi. Questo esercizio mi sembra fondamentale: ricordare per capire il presente e proiettare il futuro.

mercoledì 14 settembre 2016

A qualcuno piace sporco. Rabbia a Harlem di Chester Himes #miniMARCOS

Guardando a est delle torri della chiesa di Riverside, appallottolata tra gli edifici universitari sulla riva alta del fiume Hudson, in una valle molto più in basso, le onde di tetti grigi distorcono la prospettiva come la superficie di un mare. 

Questo è solo uno degli scorci che il giovane Chester Himes, autore cult afroamericano, potrebbe aver osservato una volta uscito di prigione. 
Una vita la sua, dedicata alla scrittura e al contenimento: voglia di sottolineare il fenomeno razziale, eccessi e una passione per il poliziesco, questo il suo biglietto da visita.
Rabbia a Harlem è uno dei titoli forti ripubblicati da marcos y marcos nella collana economica dei miniMARCOS.


E sotto la superficie, nelle acque scure di luridi casamenti, una città nera convulsa in un vivere disperato, come l'insaziabile ribollire di milioni di pesci cannibali affamati. 

mercoledì 7 settembre 2016

Andrés Neuman: quando scrivo la vita mi piace di più #LeInterviste

A distanza di anni Andrés Neuman, uno dei più importanti autori argentini contemporanei, torna in Italia con un nuovo editore e un mini tour per presentare Le cose che non facciamo, il suo ultimo lavoro targato SUR. La raccolta di racconti con la quale è riuscito prepotentemente a catturare nuovi lettori (compreso il sottoscritto) e a confermare nuovamente il suo grande talento.

In occasione della sua presentazione torinese alla Libreria Bodoni, Neuman ha avuto modo, sollecitato dalle domande di Marco Peano, di raccontarsi al pubblico e di parlare del suo contenitore di storie, di frammenti e di piccoli attimi quotidiani.



Solo dopo un gran numero di copie firmate, ho potuto scambiare due chiacchiere con lui, sedendomi di fronte un uomo brillante, uno spaccato di ironia e profondità sorprendente.

Ecco come è andata:

Come la maggior parte degli autori sud americani, anche la tua produzione si muove tra romanzo, racconto e poesia. Al racconto hai dedicato addirittura diversi dodecaloghi. Mi chiedevo quindi se questa forma di narrazione breve ha per te qualcosa in più rispetto le altre e se riesce in qualche modo a condizionare il tuo sguardo.

Credo di si, immagino il racconto come una frontiera tra la pulsione narrativa e la curiosità linguistica quindi tra la capacità di creare personaggi e di giocare-lavorare sul ritmo e sulla forma. Il racconto è un paese immaginario che sta al confine tra il romanzo e la poesia.
Per me è anche molto piacevole perché è l'unico modo che conosco per esercitare la narrativa e la poesia insieme. Mi piace molto scrivere romanzi, mi piace molto scrivere poesie ma con il racconto provo una specie di doppia soddisfazione.

mercoledì 31 agosto 2016

Jonathan Safran Foer presenta "Eccomi" @ Circolo dei lettori di Torino

Dopo undici anni, Jonathan Safran Foer torna al romanzo e va in scena in anteprima mondiale al Circolo dei lettori di Torino affiancato da Elena Loewenthal e Maurizio Molinari.

Eccomi è una storia di dispiaceri, di catastrofi grandi e piccole, l'enigma di una verità mai assoluta. Famiglia e destino si incrociano nelle 666 pagine dell'attesissimo volume dell'autore americano pubblicato come da tradizione da Guanda.


"Il mio libro, a differenza dei precedenti, si occupa delle piccole cose. Piccoli attimi che ti impediscono secondo molti di essere felice e di non considerare quanto la felicità possa dipendere anche da essi" dice Foer.

L'esigenza di distaccarsi dai lavori precedenti sembra forte ma non necessaria, diversa è la ricerca e l'ambizione. 

giovedì 25 agosto 2016

Valporno di Natalia Barbelagua: storie di ordinaria perversione.

Nel corso degli anni ho avuto modo di constatare quanto a prescindere dal grado di apprezzamento ci possano essere letture che risultano essere vere e proprie esperienze. Questo il caso di Natalia Barbelagua e del suo Valporno edito Edicola Ediciones
Un viaggio nei meandri della sessualità, della pietà, un libro forte dalle mille facce perverse, scorretto e allo stesso tempo drammaticamente affascinante. Ma andiamo con ordine.


La Barbelagua è l'ennesima giovanissima autrice cilena che ho avuto modo di scoprire approfondendo le pubblicazioni di Edicola. Valporno invece, è il suo libro d'esordio, una raccolta di racconti senza regole che ha preso vita nel lontano 2001 da esperimenti a sfondo sessuale fatti su un comunissimo blog.

Confrontarsi con i quattordici racconti di questa raccolta ha significato mettersi in gioco con un lato intimo e inaspettato attraverso il quale tessere una grande rete di condivisione perversa. Come se la perversione fatichi a vivere l'atto individuale e la collettività arrivi in soccorso per uno studio più veritiero.

lunedì 22 agosto 2016

Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino - #Stregathon

Grazie allo Stregathon, la maratona di lettura a tema Premio Strega, anche quest'anno sono riuscito ad approfondire diverse voci della letteratura italiana contemporanea. Tra queste Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino (edito Hacca), uno dei romanzi sfortunatamente fagocitati dalle dinamiche del premio.



Un rivolo scarlatto come il sangue sporca la neve da sempre immacolata di Pietraforita. È un avvenimento anomalo ad aprire la storia di Sammartino, una vicenda corale ambientata in uno di quei luoghi oggi per lo più abbandonati. Un paesino sperduto chissà dove, pieno di storie e di solitudini che cercano di conciliarsi con il mondo circostante.

Un luogo immaginario popolato da quelli che potremmo definire antieroi: uomini e donne apparentemente sconfitti dal destino alla continua ricerca di un sognato riscatto.

domenica 24 luglio 2016

Il testimone: il grande romanzo contemporaneo di Juan Villoro

Octavio Paz e Juan Rulfo. Penso alla letteratura messicana, ai suoi padri, coloro i quali hanno in qualche modo rivoluzionato una certa idea di raccontare storie. Penso ai loro figli letterari, alla generazione successiva, citando José Emilio Pacheco e Sergio Pitol. Sui contemporanei però, mi sono sempre fermato in cerca di un successore, un nome da affiancare ai grandi. Questo prima di leggere Juan Villoro e il suo Il testimone, ultimo romanzo dello scrittore sud americano (classe ’56) pubblicato in Italia da gran vía.


Quello di Villoro è un nome che pare aver trovato in gran vía l'editore della valorizzazione e della continuità. A dimostrazione di ciò, dopo tre anni da La piramide, ecco apparire un nuovo romanzo ad ambientazione tutta messicana dalle intenzioni ambiziose.

venerdì 22 luglio 2016

#ViSegnalo 2001: Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke

A distanza di anni, dopo diverse e sporadiche ripubblicazioni, torna tra gli scaffali delle librerie 2001: Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke. Il libro più rappresentativo di uno dei massimi esponenti della fantascienza, riproposto questa volta da Fanucci.



La vicenda del monolite caduto sulla terra e del suo segnale mandato verso l'orbita di Saturno ha già colpito una generazioni di lettori ispirando tra tutti anche un certo Stanley Kubrick, il regista americano che lavorò con Clarke al film omonimo.

Un must di un autore classico della letteratura di genere che avremo modo di apprezzare e riscoprire con l'intero suo Ciclo di Odissea nello spazio che verrà pubblicato nella sua interezza dall'editore romano.


2001: Odissea nello spazio (1968)
2010: Odissea due (1982)
2061: Odissea tre (1987)
3001: Odissea finale (1997)





Aspettando i prossimi titoli avremo sicuramente modo di parlare di questo primo volume. Vi invito quindi a rimanere collegati, la nave Discovery è in partenza verso un viaggio ignoto. Alla guida uno dei massimi esponenti della fantascienza del Novecento. 


A presto