venerdì 26 maggio 2017

La lettura come benessere: viaggio nell’opera di David Foster Wallace. #MaggioDeiLibri

In occasione della settima edizione del Maggio dei Libri, la campagna nazionale promossa dal Centro per il libro e la lettura per promuovere il valore sociale della lettura, sono stato chiamato per seguire -nel mio piccolo- questo nobile intento. 

Tante le ricorrenze e le tematiche da poter sposare per costruire un evento appassionato fatto di letture, racconti personali e aneddoti. Dal connubio tra libri e legalità, al focus sui paesaggi letterari (che sento di aver già approfondito nell'ultimo anno con le varie serate a tema America rurale), passando per gli anniversari di scrittori illustri come Tolkien, Pirandello, Austen, ecc.




Un tema in particolare ha però attratto la mia attenzione, vuoi per la mia sensibilità nei confronti di questo, vuoi per il nome di questo blog nel quale parlo dei miei libri, ma l'importanza della lettura come benessere trovo sia uno degli aspetti imprescindibili per qualsiasi esperienza di lettura.

Grazie a un prezioso suggerimento ho poi scoperto di un anniversario a me molto caro: trent'anni precisi dalla pubblicazione della Scopa del sistema, il primo romanzo di un certo David Foster Wallace.

Foster Wallace e il benessere. Il benessere e Foster Wallace. Molto mi sono interrogato sull'argomento, arrivando a diverse conclusioni per le quali potrei sostenere quando la letteratura di questo scrittore americano scomparso tragicamente possa essere discussa partendo dall'esordio per finire con gli ultimi libri incompiuti.

Il 5 giugno alle ore 18.00 mi farebbe piacere vedervi alla Biblioteca Civica Centrale di Torino per una chiacchierata informale, per un piccolo viaggio attraverso la produzione di uno dei miei amori letterari, per creare il nostro personale antidoto contro la solitudine.

lunedì 15 maggio 2017

Sui Confini dell'Europa: un viaggio sulle frontiere di Marco Truzzi

Nel nostro presente, in questo tempo così veloce e burrascoso, capire la contemporaneità non è per nulla facile. Troppe volte ci affidiamo a valutazioni superficiali o imbastite di ideologie sicuramente inadatte ad aiutarci nella comprensione di un'immagine fatta oggi di tensioni e sempre più muri a oscurare la vista.



Sui confini di Marco Truzzi, il nuovo titolo della collana Traversi di Exòrma, parte dai nostri confini europei per provare a osservare e definire questa necessità, partendo dalla visita alle frontiere, alle divisioni del nostro continente.

Un viaggio 
in un'Europa fragile intrapreso insieme al fotografo Ivano Di Maria, per poter sottolineare quanto stia succedendo su quei confini tanto diversi tra loro che stanno segnando un'epoca. In un'Europa sotto pressione l'identità potrà essere riscoperta addirittura in queste intersezioni.

Qui s'incontrano, dunque, la frontiera e la sua cancellazione, l'Europa e la sua negazione.

giovedì 11 maggio 2017

Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki

Nel parlare dei Piccoli racconti di un'infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki, occorrerebbe fare alcune precisazioni apparentemente banali ma non scontate in un momento in cui la letteratura giapponese si è ritagliata uno spazio così grande tra appassionati e non.

In questo caso mi sono quindi approcciato alla lettura contestualizzando cosa avevo di fronte, tenendo ben presente di dover nuovamente affrontare una cultura lontana e che questa, l'avrei filtrata e assorbita attraverso i racconti di un classico, di una delle voci nipponiche più riconosciute ma non ancora affrontata dal sottoscritto. 



Ho trovato venticinque episodi di vita privata trasformati in questi brevi racconti risalenti al 1910 e pubblicati per la prima volta in Italia da Lindau, grazie a un non facile e riuscito lavoro filologico. 

Su Natsume Sōseki tanto potremmo dire, in luce anche della sua consolidata diffusione italiana, volendo però non essere pedanti basterà accennare a un'infanzia estremamente difficile fatta di affetti mancati e di svariate esperienze legate alla lingua inglese di cui era studioso e ricercatore.

Da qui si dipanano i ricordi, le suggestioni riprese in questi frammenti capaci di restituirci il Giappone di inizio secolo, i suoi colori, i suoi odori e le sue tradizioni riuscendo ad essere sorprendentemente moderni. Da non tralasciare la parentesi londinese, descritta con un misto di perplessità e nostalgia verso la tradizione.

lunedì 8 maggio 2017

Tutto in ordine e al suo posto: i racconti di Brian Friel

Sono un lettore molto attento al racconto, a quella forma così breve e non sempre immediata che tanto ha saputo affascinarmi negli ultimi anni. Da appassionato sono alla continua ricerca di nuove voci meritevoli, di piccoli istanti capaci di emozionarmi, scovati questa volta tra le ultime uscite di marcos y marcos.

Tutto in ordine e al suo posto è una selezione accurata dei migliori racconti di Brian Friel, una raccolta calibrata da Daniele Benati con l'intento di dar il massimo risalto a uno dei maggiori esponenti del teatro irlandese e non, in Italia ancora troppo poco conosciuto.


I dieci racconti ad ambientazione irlandese sono dieci finestre che affacciano sui piccoli momenti della vita e nel farlo coinvolgono con naturalezza il lettore nel loro panorama. 

Solo i grandi scrittori di short stories riescono in una singola pagina a trascinare il lettore nella vicenda, fornendo moltissimi dettagli e una molteplicità di suggestioni. Con Friel non solo questa grande capacità viene confermata, ma si impone un senso di immediatezza, quello per il quale dopo tre righe tutto sarà definito e -nostro-.

Le sue sono immagini nitide legate a un paese apparentemente facile in cui i rapporti tra gli uomini si fanno protagonisti del quotidiano. Uomini, donne e bambini saranno messi di fronte alle illusioni più dolorose ma al tempo stesso necessarie per poter pensare di vivere con serenità e superare i momenti più bui.

giovedì 4 maggio 2017

Il Mapocho di Nona Fernández

Parlare di Nona Fernández è un'operazione estremamente complessa. Voce consolidata della letteratura cilena contemporanea torna tra le mie mani con Mapocho, il suo romanzo d'esordio, pubblicato questa volta da gran vía.

Dopo averla scoperta con il sorprendente Space Invaders (Edicola Ediciones) mi ero fatto una vaga idea sul come sarebbe stata questa esperienza di lettura, sperando di potermi sbagliare e di evitare l'ennesimo massacro emozionale. Così non è stato.

Ci troviamo di fronte un'autrice violenta e raffinata. Una letteratura che attraverso il ricordo si fa antidoto al dolore, indagatrice della realtà e del paese a cui è legata. La difficoltà è quella di rimanere indifferenti.


Mapocho è quell'esordio dalla maturità inaspettata per struttura, tematiche e scrittura. Alla Fernández sembra non mancare niente, nemmeno il coraggio. Così ci si ritrova subito tra i morti, davanti un fiume, stringendo tra le mani un'urna funeraria con la consapevolezza di essere maledetti perché a Santiago tutti lo sono, ogni nascita diventa una sorta di maledizione.

mercoledì 3 maggio 2017

Aspettando il Salone del Libro 2017 #SalTo30

Ho da sempre vissuto il Salone Internazionale del Libro di Torino come un evento familiare pieno di momenti felici e di rapporti pronti a incrinarsi. Tra alti e bassi questa manifestazione è da sempre un punto di riferimento per chi cerca proposte diversificate e i libri, per pochi giorni l'anno, li vuole vivere fuori dalle pagine.

Trent'anni di storia per muoversi oltre i confini, in una trentesima edizione che risorge dalle ceneri per proporre ai suoi visitatori una cinque giorni come non lo è mai stata. Il programma più ricco che abbia mai visto dal quale ho estrapolato alcuni degli eventi a mio avviso più interessanti.

Maggior spazio agli ospiti internazionali, qualche eccellenza tutta italiana e l'emozioni di incontrare tanti grandi del panorama letterario contemporaneo.



Giovedì 18
11.30 Claudia Rankine (66thand2nd)
16.30 Hwang Sok-yong (Einaudi)
17.30 Camilo Sánchez (marcos y marcos)
17.30 Claudia Rankine (66thand2nd)

SaloneOff
18.30 Orazio Labbate @Libreria Trebisonda (LiberAria)
21.00 Mario Pistacchio & Laura Toffanello @Libreria Trebisonda (66thand2nd)


#GliImperdibili: Claudia Rankine & Hwang Sok-yong

Venerdì 19

12.00 Daniel Pennac incontra Yasmina Melaouah (Feltrinelli)
12.30 Brian Turner (NN Editore)
13.00 María Teresa Andruetto (Bompiani)
14.30 Daniel Pennac (Feltrinelli)
15.00 Kim Thúy (nottetempo)
15.30 Igort (Oblomov Edizioni)
15.30 Yasmina Reza (Adelphi)
16.00 Daniel Pennac (Feltrinelli)
17.00 Amitav Ghosh (Neri Pozza)
17.30 Jan Brokken dialoga con Alessandro Baricco (Iperborea)
18.30 John Niven (Einaudi)
18.30 Elsa Osorio dialoga con Luis Sepulveda (Guanda)

SaloneOff
18.30 Nona Fernandez: Illuminare con la scrittura la temibile oscurità @I Sette Pazzi (Edicola/gran vìa)


#GliImperdibili: Daniel Pennac, Yasmina Reza, Jan Brokken & Amitav Ghosh

giovedì 27 aprile 2017

Annie John: l'amore sepolto secondo Jamaica Kincaid

Di Jamaica Kincaid ricordo il suo sguardo deciso, le sue frasi graffianti, il voler sottolineare, di fronte al pubblico dell'edizione 2014 di Pordenonelegge, alcuni aspetti dell'essere una scrittrice nera, originaria di Antigua per la precisione.
Nei tre anni successivi ho avuto modo di scoprirla ulteriormente, di emozionarmi seguendo la sua voce e il suo fuoco, calibrato attraverso uno stile senza eguali.

È stata una grande sorpresa, quindi, scoprire la pubblicazione di Annie John, primo romanzo dell'autrice uscito per la prima volta nel 1985 e pubblicato oggi in Italia da Adelphi nell'ottima traduzione di Silvia Pareschi.



Quelle della Kincaid sono storie legate a due costanti: l'ambientazione di sfondo caraibico e la particolarità della voce narrante, unica e sola entità veicolante di qualsiasi aspetto del mondo. Un IO esotico, avvolgente, misericordioso ed estremamente pericoloso -per il lettore-.

Annie John regala da subito pagine molto intense sul rapporto madre-figlia, sull'amore che solo una madre può provare nei confronti di quella creatura da proteggere e rendere parte del suo universo. Una simbiosi genetica pronta però a mutare. Il passaggio all'età adulta di Annie sarà il fattore scatenante delle prime incomprensioni, delle rivelazioni dolorose e di una nuova solitudine con la quale rapportarsi a un senso di finitezza che tutto confonde.

martedì 25 aprile 2017

La stanza profonda di Vanni Santoni

Continua il mio personale Stregathonla maratona di lettura a tema Premio Strega, con La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza).
Il nuovo titolo della collana Solaris è questa volta dedicato al racconto romanzato di una sottocultura ben precisa, quella legata al gioco di ruolo. 

Un tavolo, una una manciata di dadi, un master capace di muovere i fili della narrazione e il mondo diventa cangiante, distorto, il caleidoscopio con cui osservare la realtà attraverso la finzione.



Santoni costruisce il romanzo speculare di Muro di casse, il suo titolo precedente grazie al quale ha raccontato con occhio inedito la cultura del rave, della free tekno, spogliandola di ogni stereotipo e contestualizzandone il ruolo storico-culturale. Anche con La stanza profonda le intenzioni rimangono tali, servendosi quindi della forma del romanzo ibrido per mappare passato, presente e scorgere alcuni aspetti di un futuro nascosto nel semplice lancio di un dado.

La città del futuro è troppo enorme per essere mappata.

La stanza profonda è un luogo privato, intimo, ma al tempo stesso capace di creare e permettere la condivisione dell'atto collettivo. Partendo dall'infanzia per arrivare all'età adulta vedremo sbiadire la consapevolezza dell'esperienza legata al Dungeons & Dragons, il gioco di ruolo dalle influenze fantasy creato in America negli anni '70. 
Sotto i nostri occhi un passato dove c'era tutto, ogni ispirazione, ogni speranza veicolata attraverso una fabula ormai scomparsa e schiacciata dalla realtà. Nessuno sembra più ricordare nonostante le scatole da gioco impolverate, i poster che ancora colorano il nostro immaginario quotidiano e l'eco di una risata tra amici persa nei meandri della nostra memoria.

lunedì 17 aprile 2017

Requiem per un'ombra di Mario Pistacchio e Laura Toffanello

Dopo il grande successo di L'estate del cane bambino, tornano Mario Pistacchio e Laura Toffanello con un nuovo romanzo scritto a quattro mani, edito anche questa volta da 66thand2nd.

Requiem per un'ombra è il libro che non ti aspetti, una sfida coraggiosa di chi avrebbe potuto tranquillamente seguire una formula già attestata, lo schema e la voce della storia precedente capace di muoversi attraverso il passaparola di lettori e librai.

Così non è stato. Ci si trova da subito di fronte grande onestà, la voglia di confrontarsi con un qualcosa di difficile, per certi versi stereotipato, cercando come sempre di mirare al cuore del lettore.






Un'ombra ha sempre bisogno di contatti, informatori, gente a cui chiedere piaceri.

Contatti e soluzioni, queste alcune delle necessità di Sal Puglise, investigatore privato giunto alla fine della sua carriera. Il suo è un percorso di solitudine e melanconia, condiviso con un pappagallo assai brillante, pochi spiccioli in banca e la voglia di svoltare con l'ultimo caso prima di sparire nel nulla. Nessuno noterebbe la sua assenza.

Una storia ibrida, a metà tra l'hard-boiled e le molteplici influenze noir, un terreno difficile ed esplorato quello dell'investigatore tormentato, in Italia tanto diffuso nella sua veste seriale.
Necessario l'elemento diversificato, quell'aspetto fondamentale per portare il lettore fuori da ogni schema, ancorandosi sì alla tradizione di genere, coltivando allo stesso tempo un messaggio personale e d'effetto.

giovedì 13 aprile 2017

Gabriela Mistral: un ritratto poetico.

Gabriela Mistral è una delle figure letterarie più importanti del Sud America, la prima donna latinoamericana ad aver vinto nel '45 il Premio Nobel. Nonostante questo riconoscimento, in Italia, i suoi scritti sono poco tradotti -ipotizzo- per il loro profondo legame alla poesia e alla stessa e non immediata cultura latina.

Qualche mese fa, grazie a Edicola Ediciones, ho avuto modo di leggere il suo Regno animale. Prosa poetica dell'acqua e del vento, una selezione di alcune poesie illustrate pubblicate in Cile da Pehuén Editores. Scritti destinati apparentemente ai più piccoli, filastrocche e componimenti più articolati dai molteplici bivi. Così è nata la voglia di approfondire. 

L'occasione si è presentata alla libreria torinese I Sette Pazzi, luogo in cui durante una serata, grazie agli interventi di Maria Nicola e di Giorgia Esposito, traduttrici di questo ultimo rilancio, la Mistral è diventata protagonista di un racconto appassionato.



"Ho tradotto tanto e quando mi hanno chiesto di tradurre queste piccole prose pensavo di poterlo fare subito, senza nessun tipo di problema, per poi rendermi conto della difficoltà. Nel caso di romanzi e racconti il tessuto del testo aiuta mano mano che vai avanti, tutti i dubbi possono essere chiarificati. Questo non accade nella poesia, soprattutto in questa, presentava infatti anche difficoltà lessicali ostiche per gli stessi madre lingua cileni". 

Una prospettiva inaspettata quella di Maria Nicola, una delle traduttrici storiche di questo tipo di letteratura. Prezioso l'aiuto di Giorgia Esposito, esperta di traduzione poetica con alle spalle una tesi sulla poesia di Roberto Bolaño, prima ancora della recente pubblicazione targata SUR.

Un'autrice morta con la quale non poter costruire nessun tipo di confronto diretto, l'impossibilità di ricostruire uno storico filologico e un problema di polisemia, testi poetici in cui il suono si rivela fondamentale, una traduzione che per quanto possa essere esatta potrebbe suonare malissimo.
Una sfida ostica superata grazie all'aiuto di Youtube e ad alcune letture della Mistral registrate, sa l'internet come. 

lunedì 10 aprile 2017

Le Stelle Ossee di Orazio Labbate

Dopo un acclamato esordio e un bestiario, ho approfittato di Stelle Ossee (LiberAria), il ritorno di Orazio Labbate, per approcciarmi finalmente a questo promettente scrittore sicilano di cui tanto avevo sentito parlare.

Diciassette racconti funerei ai quali mi sono approcciato con molto spaesamento, con la consapevolezza di trovarmi di fronte qualcosa di singolare, dalle molteplici influenze capaci però di rivelare una voce distinta.

In occasione della terza edizione del BookPride ho avuto modo di approfondire con l'autore alcuni aspetti legati ad alcune di queste storie.



Dal tuo esordio ti sei distinto con l'etichetta del Gotico Meridionale. Anche in Stelle Ossee possiamo ritrovare una serie di elementi riconducibili a questo spirito: dal confronto con l'essenza primordiale del mondo meridionale, alla continua ricerca della tradizione. Hai deciso però di ambientare la maggior parte di questi racconti in America. Come mai hai deciso di spostare in parte il tuo focus?

Innanzitutto l'obiettivo di questo libro è quello di cercare di rappresentare il mio macrocosmo nella dimensione di un microcosmo, poiché il racconto è un'isola a sé che esige nella sua brevità un'assunzione di responsabilità. Nella dimensione di un microcosmo, il mio macrocosmo è duale e si compone da quello della critica di fondazione del Gotico Siciliano che io voglio continuare a seguire, al quale si mischia territorialmente e linguisticamente anche quello del Southern Gothic. Ragion per cui voglio arrivare nello stesso libro all'incarnazione di due tipi di tematiche che io affronto nel mio modo di scrivere. I racconti chiaramente oscillano tra l'America e la Sicilia funebre del gotico siciliano ed è come se lì volessi dire che stiamo cercando di andare avanti affinché la lingua ampiamente si dimostri in maniera diversa rispetto a Lo Scuru, il mio romanzo d'esordio, un capitolo a sé ma che spero avrà ampiezza e maggior respiro nel nuovo romanzo di prossima uscita per Tunué con il quale continuerà quest'epica. Stelle Ossee però, essendo un'isola a sé, racchiude sia l'America del Southern Gothic che la Sicilia con la sua lingua muta.

Qual è stata la sfida più grande del confrontarsi con questa lingua funebre?

giovedì 6 aprile 2017

Generations Of Love Extensions di Matteo B. Bianchi

Per un giovane, scoprire la sessualità è sempre un procedimento complesso pieno di dubbi e indecisioni. Scoprirne una apparentemente anormale può essere ancora più difficile. Questo continua a succedere a generazioni di ragazzi che dall'infanzia scoprono di essere attratti dallo stesso sesso e intraprendono un percorso tortuoso per diventare se stessi.
Generations Of Love Extensions di Matteo B. Bianchi (Fandangoè un viaggio alla scoperta della sessualità accompagnato da musica anni '80 e dalla trasparenza di chi ha imparato a mettersi in gioco.




Già edito nel lontano 1999, Generations Of Love torna in questa veste Extensions ampliata da diversi racconti. Un romanzo diventato negli anni il simbolo di una generazione e di chi è riuscito a scorgere la sua storia nel racconto sincero di Matteo.

Una prima persona ci accompagnerà nella sua infanzia, tra le vie di un piccolo paesino della provincia lombarda in cui Matteo scoprirà di essere gay. I primi amori, il periodo universitario, la voglia di indipendenza, il raggiungimento dei primi obiettivi sono solo alcuni degli step da affrontare, una normalità che tutti noi siamo obbligati ad attraversare. Nel farlo ci guiderà un tono tra l'ironico e il tragico, accantonando l'immediatezza, la vita che ci sorride nel quotidiano, a favore delle continue difficoltà e di quelle esperienze formative dalle quali è difficile riprendersi.

venerdì 31 marzo 2017

Charles D'Ambrosio: Ho cominciato a scrivere racconti perché non ero sicuro di poter essere uno scrittore #LeInterviste

In questa primavera torinese animata dal Salone Off 365, sono tanti gli ospiti internazionali che stanno arrivando a Torino ancora prima dell'inizio della trentesima edizione del Salone del Libro. Tra questi, molto atteso l'incontro con Charles D'Ambrosio, maestro della short story americana edito in Italia da minimum fax. In occasione del breve tour dedicato a Perdersi, la sua raccolta di saggi, ho avuto modo di parlare con questo autore disponibile e sorridente, intavolando un discorso meno articolato e sicuramente più spontaneo. Una semplice chiacchierata tra un lettore appassionato e uno dei suoi autori preferiti.




Come mai prediligi la forma del racconto breve e cosa ti permette di fare la short story rispetto alla forma più lunga alla quale non ti sei mai dedicato?

Sai non so di preciso, innanzitutto sto lavorando per la prima volta ad un romanzo, anche se nell'immediato futuro mi auguro ci siamo sempre i miei racconti. Se penso ai racconti che amo di più vedo un'enorme difficoltà, credo infatti sia molto difficile mettere dentro tutto quanto in una spazio che è davvero piccolo, condensare, comprimere e sottintendere molto di più di quanto un piccolo spazio sembra poter contenere. In un romanzo la gente si alza al mattino, si mette le calze e poi le scarpe e tu dici "wow, quante informazioni!". In un racconto tutto questo devi saltarlo e arrivare all'essenziale. Amo questo tipo di difficoltà, è per me una sfida eccitante. Sai, penso di aver cominciato a scrivere racconti perché non ero sicuro di poter essere uno scrittore; volevo vedere se ce l'avrei fatta.

Questo rapporto tra te e il racconto nasce dalla giovane età? Leggevi tanti racconti da piccolo?

Non molti in effetti. Leggevo libri sui giocatori di baseball...

Con Perdersi, ti abbiamo potuto leggere in una forma inedita per noi lettori italiani, quella del saggio. Da narratore, come costruisci una storia seguendo questa modalità rispetto a quella della storia breve?

Sono due modalità che si assomigliano perché in uno spazio limitato devi fare molto e ci deve essere massima densità. Un po' come camminare su un filo sospeso e senti quasi una paralisi, una sensazione che mi piace molto.

In un certo senso in un saggio puoi rendere te stesso il soggetto, un soggetto che pensa a determinate cose e a ciò che pensi senza nessun filtro. Il soggetto del saggio è qualcosa che conta ma non tanto quanto il movimento della mente, il movimento che è il pensiero. Come passi da una cosa all'altra a quella successiva trovo sia il grande mistero della non-fiction.

Ogni tuo libro, per i tuoi lettori affezionati, è sempre un evento. Come mai scrivi così poco?

Ci sto lavorando...sai no, gli impegni di vita, l'insegnamento.

Nelle tue storie ci sono dei punti cruciali nei quali emergono attimi decisivi in cui i tuoi protagonisti prendono il più delle volte decisioni difficili. Come ti rapporti con questi momenti di grande intensità? Da dove arriva questa sensibilità al mondo dei sentimenti?

In effetti è una gran bella domanda perché non so di preciso da dove arriva. Come tutti anche io provo una gamma di sensazioni, ma ciò non significa necessariamente che quelle siano le mie emozioni nel momento in cui scrivo. Solitamente parto dall'immaginare un'emozione e l'abbino a un personaggio che si trova sotto qualche tipo di pressione psicologica, per cui nel processo di scrittura quelle 
emozioni non sono propriamente le mie.

giovedì 23 marzo 2017

Nel Guscio di Ian McEwan

Torna Ian McEwan e ha la voce di un feto onnisciente. Nel Guscio (Einaudi), l'ultimo romanzo dell'autore inglese, è un esperimento di scrittura solido e riuscito sulle orme dell'Amleto di Shakespearein cui il lettore viene immerso in un'esperienza unica e intensa. 




Ed eccomi qui, anche io a testa in giù, seguendo la voce di chi non è ancora nato ma comunque capace di un pensiero proprio. In un buio primordiale ho sentito svilupparsi la vicenda di una madre e del suo amante, del loro piano di uccidere un padre poeta e aspirare alla tragedia. Un disastro dalla duplice natura che si rivela allo stesso tempo ingegnosa e infantile.

Ho provato a raccontare il mio rapporto con Nel guscio allo stesso McEwan, in occasione del piccolo ma affollato tour di presentazione del libro.

Nel Guscio è un romanzo breve, ma capace di racchiudere intensità in ogni sua riga. Protagonista è la lingua quasi arcaica del feto, pronta a raccontarmi ogni suggestione, ogni supposizione ricavata da un'esperienza incompleta, limitata. Sarà il dolore l'elemento generatore di coscienza, solo attraverso l'atto di tragedia privato ho potuto immedesimarmi nella bellezza di questa poesia mortale.

domenica 19 marzo 2017

Martin il romanziere e altre storie fantastiche di Marcel Aymé

Sono un lettore da sempre legato alla forma breve e grazie alla mia passione per il racconto sto selezionando negli anni gli autori più meritevoli dalle caratteristiche più disparate. Tra le ultime scoperte è per me doveroso segnalare Marcel Aymé, autore francese poco conosciuto in Italia, pubblicato da L’Orma Editore nella sua collana Kreuzville Aleph il cui obiettivo è quello di recuperare autori legati alla cultura moderna, con maggiore attenzione alla letteratura francese e tedesca, per poter ricostruire il paesaggio del nostro passato. Proprio qui, nel passato, tra gli anni '30 ai '50 del Novecento si collocano i racconti che compongono Martin il romanziere e altre storie fantastiche.



Aymé fu amico di scrittori del calibro di Céline e fu stimato -tra i tanti- da Simenon e Queneau. Un biglietto da visita sicuramente stimolante. Così mi sono trovato a interrogarmi su questo personaggio, ho pensato che per conquistarsi tali apprezzamenti, avrei sicuramente dovuto trovare quel qualcosa in più, quell'elemento capace di distinguerlo dall'ordinario.


La carta del tempo, il primo racconto di questa selezione scritto durante il secondo conflitto mondiale, mi ha da subito chiarito con chi mi stessi confrontando. Ho letto il lavoro di un uomo pronto a filtrare la realtà attraverso il fantastico, di indagarla con uno sguardo distorto, velatamente critico, ma al tempo stesso veritiero. 
Le origini di questi intenti vanno sicuramente cercati in Zola e Balzac, nella tradizione letteraria del secolo precedente e nella commedia socio-umana con il suo misto tra realismo e spietatezza.
Marcel Aymé però si allontana dai padri e, servendosi del fantastico, fa delle idee brillanti il suo segno distintivo.

giovedì 16 marzo 2017

Gli Undici Treni di Paolo Nori tra ironia e parola.

Il Tristobar non è il luogo migliore nel quale incontrarsi, un ambiente alquanto bizzarro in cui due uomini e diverse vicende dalle innumerevoli direzioni si intrecciano. Stracciari e Baistrocchi, i protagonisti di questa storia, proprio qui uniscono le loro strade, avvicinandosi e allontanandosi, seguendo gli Undici Treni di Paolo Nori (marcos y marcos).




Per definire l'ultimo libro dell'autore emiliano potrebbe essere per me facile parlare di un romanzo divertente, scanzonato, dai toni leggeri. Una lettura di intrattenimento piena di avvenimenti godibili. Nulla di più sbagliato.

Questo l'ho capito quando ho pensato alla commedia all'italiana, un filone che ha storicamente interessato il cinema nostrano, sfociando, con qualche sporadica eccezione, nella nostra letteratura. Oggi questa peculiarità, la vena ironica dal retrogusto amaro che tanto piace a noi lettori, si palesa soprattutto nei vari gialli dei numerosi commissari. Della tradizione di una letteratura più ironica invece, rimane forse, uno sporadico Stefano Benni. In tutto questo non avevo ancora scoperto l'intelligenza di Paolo Nori.

Questi undici treni sono macchinati da personaggi non nuovi ai lettori più appassionati poiché questo par essere uno dei tanti tasselli che compone l'universo noriano. Un macrocosmo da affrontare come sfida e al tempo stesso come gioco. 


(...) io non ho una testa, ho una casa di tolleranza.

domenica 12 marzo 2017

Corso di scrittura creativa: la mia esperienza

Questa storia inizia dalla voglia di mettere in discussione lo stereotipo legato ai corsi di scrittura. 

Come tutti, almeno una volta, mi sono interrogato sul tema della scrittura e sulla capacità di utilizzare quest'ultima nel quotidiano come nell'atto della creazione narrativa e non. Tra i molteplici aspetti, mi sono sempre chiesto se si trattasse di una disciplina che potesse essere insegnata o se, come nella più romantica delle tradizioni, fosse una predisposizione naturale di ogni futuro scrittore.




Mentre il dibattito rimane ancora irrisolto, in Italia come in America, le scuole di scrittura continuano a diffondersi in maniera esponenziale rendendo questo un fenomeno da interrogare.

Necessario precisare come questo dubbio nasca da un semplice lettore senza nessun tipo di aspirazione letteraria, pronto però a rapportarsi (non sempre in maniera riuscita) con questo spazio dedicato al racconto delle sue letture.

Spinto dalla curiosità ho deciso quindi di accettare l'invito di Zandegù, una realtà torinese dalla doppia anima. Da una parte il ruolo di editore digitale con una grande affinità alla manualistica, dall'altra un luogo di corsi dedicati a qualsiasi aspetto della parola.

Così mi sono trovato nella Zandecasa, un ambiente caloroso, familiare, accompagnato da una classe al completo e Giulio D'Antona, l'insegnante scelto per la giornata dedicata a "tutto quello che non è nonfiction".
Sono bastate poche ore di lezione per ritrovarsi di fronte ad alcuni aspetti spiazzanti e arrivare a credere che:

giovedì 2 marzo 2017

La cosa giusta di Michele Cocchi

Quando la nostra vita si complica, quando ogni singola azione porta a conseguenze irreparabili, prendere la decisione giusta non è mai semplice. La cosa giusta di Michele Cocchi (Edizioni Effigisi interroga proprio su questo, su quel senso di smarrimento che condiziona il quotidiano e ci spinge verso un punto di non ritorno.


Diversi sono anche i punti vista attraverso cui il lettore verrà immerso in un bosco di indecisione, nella montagna della riscoperta che sembra essere negli ultimi anni, all'interno della letteratura italiana contemporanea, l'alternativa più immediata, la via di fuga verso un futuro migliore.
La voce di un padre e quella di Gabriele, un figlio smarrito, si incontrano in una tragedia sanguinosa per poi separarsi, ognuno per la sua strada in cerca di risposte.

Gabriele è un ragazzo solo di fronte ai suoi dolori, così come ogni singolo personaggio di questo romanzo, come se si volesse sottolineare l'esistenza di una solitudine primordiale assegnata a ogni singola persona con la quale confrontarsi. Di fronte questa solitudine privata emergono solo due dati oggettivi: l'immobilità e l'illusione di potercela fare da soli.

-Se mi raccontassi come stanno le cose io potrei aiutarti.
-Lo so,- disse.
-Allora perché non lo fai?
Gabriele sollevò le spalle. -Non credo sia la cosa giusta.
-Forse dovresti far decidere agli altri cosa è giusto e cosa non lo è.

mercoledì 1 marzo 2017

Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman

Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman è il primo titolo di Edizioni Black Coffee. Una nuova realtà nata con l'intento di pubblicare una letteratura non rassicurante, giovani voci americane capaci di lasciare il lettore disorientato all'interno di vere e proprie esperienze di lettura. Questi i propositi da mantenere.




Immaginate di svegliarvi la mattina e di non riconoscervi più, fissare lo specchio e scorgere in quel riflesso una sconosciuta. La voce narrante de Il corpo che vuoi si trova proprio in questa situazione di mancata accettazione, di definizione di sé stessa. Immaginate anche B., la coinquilina simbiotica e invadente che non vorremo mai avere e C., un fidanzato felice di passare metà della sua esistenza davanti alla televisione.

Quello della Kleeman è un triangolo dai lati ben definiti in cui verremo scaraventati. Così attraverso le indecisioni di A., la voce narrante di cui potremo solo ipotizzare il nome, inizierà il nostro confronto con il gioco della vita.

La vita esercita su di te una specie di pressione, ti fa fare una cosa come la faresti di solito, ti spinge a comportanti da te.

A. non vuole essere come B. 
B. aspira a diventare A.
A. trova rassicurazione nella distorsione di C.
B. invidia il rapporto con C.
A. e B. dipendono sempre di più una dall'altra.

Non è stato facile assistere alla definizione di questa geometria dei sentimenti, in cui ogni decisione della nostra vita segue regole ben precise e viene influenzata dal dualismo tra corpo e mente. Come se non bastasse, attraverso un lungo e doloroso lavoro di decostruzione del nostro io, ho visto dei fantasmi scomparire.

mercoledì 22 febbraio 2017

Sandro Campani: Il luogo per me è un personaggio.Ogni luogo ha uno spirito. #LeInterviste

Il giro del miele di Sandro Campani (edito Einaudi) è una delle proposte più interessanti di questo inizio 2017. L'ennesimo libro di qualità della narrativa italiana degli ultimi anni che ho voluto approfondire ulteriormente trattando diversi aspetti di questa storia di omissioni e riscoperte.


© Pietro Campani

Il giro del miele si serve di una scrittura densa, pensata. Ogni frase nasconde silenzi pronti a trasmettere emozioni forti. Come hai lavorato alla scrittura di questo ultimo romanzo e quali sono state le difficoltà maggiori?

La prima stesura del romanzo era in terza persona: uno sguardo molto pulito, lineare, quasi “da bambino”, come disse Giulio Mozzi leggendola, sulla storia d’amore fra Davide e Silvia. Tutti gli altri personaggi erano già presenti, e avevano le loro ubbie, la loro vita, le loro vicende. Ma assistevano dal di fuori, richiamati quando occorreva. Era un dramma minimale sulla degenerazione di un amore, con un coro di familiari e compaesani a fare da contorno. Poi Giulio, partendo da una considerazione sulla lingua, mi disse: “Chi racconta questa storia?” Ci ho pensato su e ho capito che la storia doveva raccontarla Giampiero. Il resto (la cornice teatrale, l’emergere in superficie come scena principale del duello fra Giampiero e Davide, il loro dialogo fatto di aggressioni inconsulte e repentine timidezze, le loro voci), è venuto da sè. La centralità assegnata al non detto è dovuta sia al carattere di Davide, alla sua inadeguatezza scontrosa, sia alla mia necessità di restare in una stanza con loro due per 250 pagine: ogni piccolo gesto, ogni silenzio ha assunto un’importanza scenica impossibile da ignorare. Dovevo soppesare tutto.

I tuoi personaggi sono uomini e donne dalle psicologie profonde. Mi chiedevo se lavorare in questa direzione, verso la definizione di caratteri così definiti, fosse stata l'intenzione primordiale di questo tuo percorso o se sia stato un processo naturale e spontaneo.

Nel passaggio dalla terza alla prima persona a cui ho appena accennato, era implicito questo risultato: mi sono accorto che, raccontando dal di dentro, i personaggi prendevano la parola – tante volte ho recitato ad alta voce quello che si stavano dicendo, arrabbiati, delusi o inteneriti: non voglio farne una scenetta pittoresca, l’autore che piange o s’arrabbia da solo mentre registra un messaggio vocale; è andata così. I personaggi hanno preso prepotentemente la parola, e io li ho assecondati. Credo, per la prima volta, di aver trovato un equilibrio fra una storia di luoghi, di ambienti, e una storia di personaggi.

Proprio il non detto, risulta essere una delle chiavi di lettura di questi rapporti così delicati. Come è possibile non lasciar sfuggire tutto quello che amiamo, i nostri affetti, i nostri sentimenti, il nostro mondo mantenendo un atteggiamento così privato?

È esattamente il problema di Davide, ed era stato il problema di suo padre: il disprezzo atavico e vergognoso che un uomo educato a lavorare senza tante chiacchiere porta verso chi si parla e si piange troppo addosso. I sentimenti sono una cosa da non esprimere, da sopprimere quasi – andare dallo psicologo, dice Davide a un certo punto, “è una cosa, per come siamo cresciuti su di qua, a cui si guarda come a una cretineria, una roba da femmine viziate o da malati immaginari”. Questo finisce per diventare una barriera difficile da rompere: Silvia le cose le sa, le vorrebbe dire, le vorrebbe affrontare parlando, ma non può resistere per sempre caricandosi sulle spalle tutto il peso.